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giovedì 16 dicembre 2010

Black, (a un cane, a tutti i cani e gli animali che crediamo "soltanto" da compagnia)

Mi sei saltato addosso con tutta la forza
che avevi,
fremente come vento di marzo, giocoso
e festoso: mi riconoscevi.
Impazzivi di gioia. Ma tacevi.
La tua lingua umida era la tua parola:
come ai bambini si racconta il mondo in una favola;
un simbolo. Del tuo affetto. Diretto.
Immediato. Genuino e imprecisato.
Sdraiato a gambe all’aria
mille furbizie studiavi per guadagnarti
le mie carezze. E che fossi felice lo leggevo
con certezza nei tuoi occhi.
Mordicchiandomi una mano mi hai salutato.
Come piccoli chicchi di grandine sulle dita
mi hai detto a presto.

A presto. A presto.

Alla prossima volta che vorrai farti sentire amato
da chi per parlare tutti credono
sia costretto soltanto ad abbaiare.

domenica 21 novembre 2010

Anche se tu sapessi che io t'amo

Anche se tu sapessi che io t’amo
tu cosa potresti fare?
Cambia forse il mare per una goccia di pioggia
di più? Muta forse direzione il vento
per il soffio indispettito di un bimbo
che si vede volar via l’aquilone?
C’è forse senso nell’onda che abbatte
il castello di sabbia
e liscia appena i piedi senza loro ferire?

Nulla.
Come nulla di più che il silenzio
può sopportare il mio cuore muto e docile.
Che non sa far altro che guardare fuori
dalla finestra attendendo un tuo gesto
come cane fermo al palo
fuori d’un negozio in attesa del padrone.

domenica 10 ottobre 2010

mostra fotografica alla Feltrinelli International

fino al prossimo 31 ottobre vi invito a visitare la mostra fotografica c/o La Feltrinelli International di via Zamboni 7b. troverete una mia fotografia dal titolo "il palazzo dei banchi"

qui sotto il link del Corriere di Bologna che ne parla:

http://corrieredibologna.corriere.it/bologna/notizie/cultura/2010/1-ottobre-2010/estate-rivissuta-gli-scatti-lettori-mostra-vostre-foto-1703866911937.shtml

sabato 9 ottobre 2010

Samir, Jasmine, Yasser!

(Ba'aquba, Iraq, 16 Marzo 2006)

Samir! Jasmine! Yasser!
Correte piccoli, angeli infelici:
sulle vostre spalle un freddo giaciglio
di bianche piume e sogni squartati.

Lasciati vagare soli nel mondo
da un Fato troppo cupo e crudele
per pensare che un qualche dio lontano
possa volere questo cieco male;

eppure nel vostro fiato affannato
d'una vita spesa a salvarsi invano
cosa resta oggi sul selciato scuro?
Una fossa che puzza già d'abisso.

Le vostre risa ingenue, ora tacciono;
fracassate dal sordo frastuono
d'un insensato odio ora fatto cenere:
un boato è stato il vostro stupore.

Ma ora già vagate tra i cigli celesti,
di tersa aria in chiara aria, verso i sogni
che quaggiù sono rimasti a penzolare
su d'un filo invisibile a questi uomini.

Samir! Jasmine! Yasser!
La vostra madre ha ancora grida di pace;
la vostra scuola ancora v'attende aperta;
i vostri amici già piangono tristi.

E in questo giorno uguale a tanti altri
salite al cielo bimbi già grandi:
perché incappaste troppo presto
nell'odio umano, orribile capestro.

venerdì 24 settembre 2010

Il mondo ha bisogno anche di una ragazza in lacrime

Il mondo ha bisogno anche di una ragazza
in lacrime
appena scesa dall’autobus.
Cappello di paglia blu in testa:
vestitino turchese, viola, estivo, arioso,
che lascia intravedere le linee di un corpo
che ama e chiede e pretende amore.

Una ragazza sbraita, impreca,
si dimena per un motivo che nemmeno lei conosce
se non il suo braccio bucato
vuoto, svuotato di linfa, riempito di rabbia
cocente, dolorante, stringente.
Soffocante.

E riprende il cammino. Senza meta, con copiose
lacrime che dagli occhi le rigano tutto il viso
perdendo sulle sue gote bianche
quel poco di trucco e belletto
che si era data
per sentirsi più felice. Più attraente.
Lui non verrà. Lei cercherà l’amore altrove.

lunedì 20 settembre 2010

Chi sei tu?

"Chi sei tu?
Tu non sei nessuno
"
Le parole di un bambino sanno sventrare
il reale meglio di tante speculazioni.
Il pensiero così si orienta al reale più congruo:
più attinente, più contingente.
Essere. Nessuno. Due entità per una esistenza.
E' questo oggi il mio stato?
Sociale e personale, limpido e privo
di ogni frustrazione? come di ogni eretica
supposizione di ottimismo?
Analisi impraticabile se non con l'azzardo.
E allora non c'è soluzione diversa: vivere.

venerdì 17 settembre 2010

Mezzaluna

dopo quasi due settimane di silenzio, un bellissimo incontro qualche giorno fa alla Libreria delle Moline per CasaDeiPensieri ritorno a scrivere.
anche perché c'è sempre bisogno di scrivere, di comunicare. e oggi vorrei pubblicare una poesia di un po' di tempo fa, direi 2006. questo non perché non ne abbia di nuove, ma perché buona parte di quelle nuove fanno parte di una raccolta che è in gara in un importante premio letterario. per cui, nell'attesa di conoscere l'esito, buona lettura con "Mezzaluna"



Mezzaluna del sedici novembre
così bella e spaurita
in un cielo così piccolo:
dietro le nuvole scure,
come se Dio avesse posto
un caffellatte fumante
dinanzi al tuo ventre grigio.
E poi guarda, Mezzaluna,
guarda questi rami scuri
che tagliuzzano la sera
in tanti brandelli blu scuro;
la notte che avanza lenta
con il suo passo che ancora
ci fa un po’ di paura,
che un po’ cerchiamo illudendoci
che lasci spazio ai sogni
e a quella vita che il sole
scioglierebbe presto, troppo presto.

Prega gli angeli, Mezzaluna,
prega che arrivi tardi domani
perché sarà più bello baciarsi
pensando di essere quasi déi
annegati in una lunga eterea notte:
ma ora sposta quei veli
che coprono il tuo corpo pieno
tra il materno e il piacente.

Ti saluto Mezzaluna, ti lascio
bucare il muro di nuvole
che ti opprime
e soffoca
il tuo chiacchiericcio con le stelle:
esci anche stasera,
anche se pioverà e farà freddo,
anche se scoppierà la guerra
e il mondo magari finirà:
rimani ferma e fissa,
inchiodata
al paradiso degli uomini
come guardiano della nostra follia.


luca gamberini

lunedì 6 settembre 2010

16 Settembre, Giovedì, Libreria delle Moline, via delle Moline 3/a
ore 18,30

“La poesia”
Dialogo con Gregorio Scalise
Intervengono Bruno Brunini, Patrizia Finucci Gallo e Luca Gamberini

mercoledì 1 settembre 2010

Altrove

Non lontano, ma altrove
là porterò i miei passi
tra lo spaesato e il temerario,
senza dubbi né rancori
come piuma al vento;
come altrove guardano
i gabbiani
quando sale il temporale
e un altro mare
si volgono a cercare.

martedì 24 agosto 2010

la prima di Siniscola

ecco la prima poesia scritta a Siniscola. era una sera, un tardo pomeriggio. e...beh, buona lettura. la poesia dice più o meno tutto.


Passi scavati nel bagnasciuga
impercettibile presenza come di limone
acerbo ma già turgido.
Venne il mare; spazzò tutto.
La Storia no. La Storia rimane:

E' sulla sabbia che una bimba
cammina mentre la mamma la fotografa.
Rapire e incarcerare il tempo.
Stesso artificio di una rondine
che ai rondinini porta il cibo.
Vite in continua corsa.


luca gamberini

domenica 22 agosto 2010

di ritorno dalle vacanze

bene, le vacanze sono ormai finite (per me da tempo, ma lasciamo stare), e si torna in città. tra qualche giorno riordinerò le poche robe che sono riuscito a scrivere in Sardegna e ve le proporrò. due brevi annotazioni infine.
vi invito a consultare il sito http://casadeipensieri.eu (trovate il link tra i preferiti), un ottimo sito, ricco di appuntamenti culturali. è appena uscito il calendario con le iniziative in programma nelle prossime settimane.
ed è infatti ad uno di questi che vorrei invitarvi:

"16 Settembre, Giovedì, Libreria delle Moline, via delle Moline 3/a

“La poesia”
Dialogo con Gregorio Scalise
Intervengono Bruno Brunini, Patrizia Finucci Gallo e Luca Gamberini"

siete più che invitati.
per stasera è tutto. a presto con le ultime poesie.

luca

giovedì 12 agosto 2010

"Fintanto che i miei occhi avranno lacrime da effondere" (L.Labé)

qualche sera fa, navigando in rete, mi sono imbattuto in un sonetto. niente di strano. se non fosse che non è di un poeta, bensì di una poetessa. francese, Louise Labé, morta giovanissima ad appena quarantadue anni nel 1566. ve lo vorrei proporre, in traduzione naturalmente.


Fintanto che i miei occhi avranno lacrime da effondere
per rimpiangere l'ora trascorsa insieme a te,
e che ai singhiozzi e ai sospiri resistere
potrà la mia voce, e un poco farsi avvertire;

fino al giorno in cui la mia mano potrà pizzicare
il liuto capriccioso per poter cantare le tue virtù;
fino all'ora in cui la mia anima non si vorrà accontentare
di altro che di comprendere te;

io non mi augurerò di poter presto morire.
Ma, quando i miei occhi io sentirò seccarsi,
la mia voce si spezzerà, e la mia mano sarà impotente,

e la mia anima sarà in uno stato d'agonia
non potendo più mostrare prove d'amore,
pregherò la morte di oscurare il mio giorno più chiaro.


Louise Labé



p.s.
http://poesie.webnet.fr/lesgrandsclassiques/poemes/louise_lab/tant_que_mes_yeux_pourront_larmes_epandre.html
a questo link potrete trovare il testo nella versione originale

giovedì 22 luglio 2010

La telefonista (Laura)

Ti chiami Laura.
Avrai sui vent’anni. Non più di ventidue.
Sono ormai le otto di sera
e mi rispondi come fossero le dieci del mattino.
Da quant’è che lavori?
“pronto buonasera, nome, operatrice numero...
posso esserle utile...”
è la tua preghiera quotidiana al dio precario
interinale, sottopagato. È ormai la sola fede rimasta.

Il timbro delle tue parole mi fa pensare tu sia toscana,
parlata pulita, fresca. Probabilmente esercitata; allenata.
Non so come ma riesci anche a rispondere col sorriso
(anche se non ti vedo lo leggo nell’inflessione gentile
che assumi. Cortese. Non dovuta, ma amante
del lavoro che fai).
Turnista. L’auricolare è ormai parte integrante del tuo
orecchio. Batti sulla tastiera, meccanica,
meticolosa, didascalica. E in men che non si dica mi risolvi
il problema: posso continuare a telefonare liberamente,
la promozione è attiva!
Ecco la mia consolazione. Che affoga nella tua risposta,
millesima oggi. Di tu che entri nella vita di milioni di persone
di tu che con un tasto cambi tariffe,
di tu che con la tua voce libera e inaspettatamente viva
tenti di dare un senso all’angolo di plastica
nel quale ti hanno confinato per ottocento euro al mese.

sabato 17 luglio 2010

Poggio Renatico

Suonavano i rintocchi a Poggio Renatico
dall’alta torre dell’orologio della rocca Lambertina:
ogni quarto un suono.
Paese della bassa nel pieno dell’estate:
al caffè Centrale il barista è un uomo sobrio, figlio del lavoro,
e da dietro un bancone continua incessante il proprio mestiere;
fuori, sotto il portico, tavolini assiepati dagli anziani
che giocano a briscola, a tresette: e un re di spade è tutto
e niente, e la mano, e il mazzo, e i punti, e le bussate.
Che se si perde, il bicchiere a fianco saprà addolcire.
La casa del popolo, dietro gli alberi, appariva
denunciava muta e ferita il suo passato nero, oscuro, duro:
la torre con le luci e il terrazzino ora guardano lontano
e nessuna voce violenta, nessun odio, nessun rancore romano
esce più da quegli altoparlanti.
La chiesa del Paese riposa nella sua maestà immacolata
al centro della piazza, tra macchine parcheggiate e viali alberati
a dar refrigerio alle panchine semideserte
dove pensionati col bastone
famiglie a passeggio
coppiette demodé
e gatti momentaneamente senza padrone
trovano posto.
La rocca ferma, intonsa, storicamente ancora vivente
e trasudante ricordi, fasti, nobili virtù e glorie ormai sepolte
tace: dà solo l’ombra al parco giochi che la circonda.
Altalene cariche di bimbi e di sogni da lanciare in aria,
muretti sbisciolati con fontane terrose, secche, senza più acqua.
E un gruppo di amici si prende il fresco:
fa venire la notte. Si prende un gelato. Si chiacchiera.
Ci si prova a immaginare. Guardando le stelle, passando satelliti e aerei
e disegnando figure mitiche tra le costellazioni.
In attesa delle vacanze, in attesa dell’amore, del lavoro, dell’ultimo esame,
ripensando a una laurea che sa ancora di fresco, di quasi oggi.

Poi però si torna. Fiancheggiando villette col giardino curato,
i vasi con le rose a raggiera sopra il bordo del pozzo,
le siepi come ingresso e il pergolato seminascosto dietro un albero
dai rami ancora giovani e fragili.
Poi si torna a casa: con le voci degli amici che scandiscono il passo;
passando il cippo bianco, antica divisione famigliare,
refuso di un regresso inattingibile.
Eppure io non so che vi fosse, in quella iscrizione nell'atrio della rocca
così bene conservata, dove ho passato il mio dito
tra le lettere scavate nel muro, incise, scolpite.
Ma l’alfabeto di una Storia più grande di oggi mi ha sfiorato:
sentendomi immerso nella compagnia degli amici
annusando l'aria, e respirando profondamente
la percezione dell’attuale, del contesto, del rebus intricato in cui devo
trovare la mia collocazione temporale
si è fatta più tangibile, più concreta.

giovedì 15 luglio 2010

La donna ragno, la bionda, la laurea

E' strano d'estate, quasi in vacanza, in luglio, alzarsi alle 6.40 del mattino.
E' strano solo se dopo qualche ora non avrai una tesi da discutere.
Ho ancora nelle orecchie l'eco del musical di ieri sera,
del "Bacio della donna ragno". Teatro Comunale non pieno, anzi mezzo vuoto.
A parte lei. Una bellissima bionda giusto accanto a me,
che come tutte le divinità teatrali dopo il primo tempo è sparita, per poi
materializzarsi a fine spettacolo.
Qualche chiacchiera....qualche scambio di battuta, vedute...poco più
taciturna come le ninfe: ma dagli occhi oltre mare in grado di descrivere più parole loro
che un intero poema.
Biondo cenere, fine collana di perle, tailleur crema con nuance nocciola.
Un aroma di fiori di campo come profumo. Erba, rosa pestata, pesca.
Quattro o cinque bracciali. Tutti naturalmente firmati.
Tacchi alti, neri. Di classe, di gusto. Elegante come solo certe donne sanno esserlo.
Anche perché non tutte possono esserlo.

E mentre lo spettacolo c'era, andava, viveva.
La libertà, la rivoluzione, il cinema incanto continuo rullo compressore che vibrava
nella mente di un omosessuale che imparava il verbo amore. E l'altro, suo compagno,
carcerato come lui, che imparava che il mondo non si è fermato a Marx
e al materialismo dialettico. E infine, come in un film, come solo in un film,
dopo le torture, dopo le botte, dopo il sangue e il veleno,
si amavano. E uno donava all'altro la sua vita per un ideale: la libertà
e l'amore di una certa M... Così la donna ragno entrava in scena per l'ultima volta
e si lanciava in un tango sfrenato, erotico, passionale, sensuale...
e mentre il tango andava io pensavo alla bionda scomparsa: chissà dov'era....

Finiva lo spettacolo. Uscivo.
Mi ricordavo solo allora che oggi avrei dovuto discutere una tesi di laurea.
Sigaretta di fronte ai portoni di via Zamboni. Poi a casa. Poi a casa a veder di dormire.
E così è stato. E ora, col sole che ha bucato la finestra troppo presto
mi ritrovo già in piedi. Con vaghe sensazioni anomale a dettare tempi ancora più
anomali al mio cuore.

Uscirò. Mangerò. Andrò. Salirò. Discuterò....
poi si vedrà.
Guarderò se attorno a me vedrò ancora quella bionda di ieri sera:
e se così sarà
lancerò in aria la corona d'alloro, lascerò a terra la giacca e la cravatta
e in piazza Verdi la stringerò a me,
assaporando ancora la sua eleganza, il suo fascino,
la sua civetteria. E ci lanceremo in un tango sfrenato fin tanto che non torni sera

mercoledì 7 luglio 2010

Linee

Sei un ossimoro: impraticabile
contatto negato
e reciso dall’eventuale.
E il capacitarsi è amaro
malinconico mitigato appena.
Pensarti, scriverti, non saperti.

Essere solo un abbozzo
di un desiderio
stiracchiato. Richiamo a vuoto.
Orbita fuori di me.

Resteremo come due
linee parallele;
su un piano inclinato.

lunedì 5 luglio 2010

La pasticceria (d'estate)

La pasticceria la domenica mattina è un safari a cielo
chiuso: musica da mercato rionale tra cannoli e caffè.
Ci trovi il benestante tornato in periferia
occhiali-da-sole-nuovi sgargianti e camicia bianca aperta
sul petto: i soldi (lui!) li ha e ha pagato in anticipo: lui può.
La coppietta di buona famiglia paga tutto: non potrebbe mai
non elargire il suo onesto denaro: la gita domenicale è pronta,
ma prima il ritrovo in parrocchia per due strette di mano
e un canto gregoriano a tempo di lancette.

Seduti ai tavolini sotto il portico (relegati nel loro recinto)
la gente comune: cappuccino e pasta
strappo alla regola per darsi un tono di diversità, di privilegio (come loro):
in fondo è domenica: ricordati di santificare le feste;
continua la processione dietro la cassa: latte macchiato
ecco il suo macchiato freddo corto deca the spremuta
di chi è il succo? Prego. Acqua? Sì grazie. Prego avanti.

Dietro il bancone il corpo della cameriera ragazzina biondiccia
freme nel suo costumino-tubino giallo a fiori. Gonnellino nero per dovere formale.
(pensa già al pomeriggio: i lidi l'aspettano. ma anche la maturità....o forse no?)
curve strette costringono gli occhi di tutti a seguirla indaffarata
perdersi facendo la spola servendo.
Finché non viene sera...
Magari la sera verrà anche oggi. Verrà anche per i bimbi che si
rincorrono mentre i genitori cercano di capire dai giornali qualcosa,
(in realtà cercando solo di darsi un tono.
Niente di meno interessante che i quotidiani domenicali d'estate:
sport, sdrai e donne in costume).

La colazione è finita. E si torna: si torna ovunque. Ci si torna a disperdere
nel sereno caos domenicale. Il bello verrà per pranzo. E poi dopo.
Pranzi ben imbanditi, più o meno benedetti, tenteranno di strappare
al tempo il suo ruolo. Incombente. Un ritratto immortalato da una polaroid
che invecchia pure lei. Via. Si parte. Al mare. Al picnic.
O forse semplicemente in casa. Io. Ad aprire libri, vedere film, ascoltare musica,
vedersi con gli amici.
Senza aver preso altro che un caffè. Senza essersi mischiati
alla santa processione che un giorno dopo l'altro stinge le anime,
giorni dopo giorni sempre più identiche. Sempre più nulle.

venerdì 2 luglio 2010

Colpo nel ventre

Stracciato dal corpo
un piccolo sacco
di sangue e vita pulsante
che più vive e poco muore
di lì a poche ore;
una madre si lagna
uccisa dal dramma
lasciando all’inferno
un sogno svanito,
un feto mai nato
un bimbo sparito.

l.g.

mercoledì 30 giugno 2010

Mille e non più mille*

*si stima che ogni anno in Italia, siano mille i morti sul lavoro


Bianco
come il sudario
che ora ti copre
e ti cela il viso;
viso sfigurato
disumanamente distrutto
e rapito
allo sguardo dei cari.
Pendono
ai lati della lettiga
le tue mani
scure e lavorate,
con le unghie
rotte e insanguinate:
ultimo abbozzo
del tuo faticare,
sbullonando
e smanettando
instancabile
come un perfetto ingranaggio
di un’insensata macchina.
Nulla ormai servono
le lacrime
di compagni e colleghi:
morto ora
e morto per sempre.
Morto sul lavoro
titoleranno tutti i giornali,
funerali di Stato, forse,
ti daranno il congedo:
facce disfatte
dal dolore
e dal rimpianto
di un amico perso,
lavorando.

ANIMA MUNDI RACCOLTA IN UN CHICCO DI NEVE

Dimmi, anima del mondo
racchiusa nel ghiaccio
di un chicco di neve, dimmi
parole che vengano
da un cielo puro:
travalica l’ora chiusa
della notte. Travalica gli istanti
non quantificabili della vita quotidiana:
giornale, caffè, sigaretta e chiacchiera.
Lacera l’attuale.
Sventra il ramo fragile che così spesso
si flette senza motivo.

Nevicami addosso anima mundi:
nevicami fin tanto che il freddo
mi paia caldo,
fin tanto che il manto bianco sopra le mie
larghe spalle
non sia il tuo velo
ma il riverberarsi di una mia coscienza non qualunque.
Anima mia tenta di specchiarti.
E innamorati della folata di neve che ti avvolge.
E innamorati.
Come mai prima d’ora: fatti vivere;
lasciati vivere. Viviti.


Sì. Ci sveglieremo sotto la neve
come spighe indurite
dal freddo: maturate.

sabato 26 giugno 2010

Di strada (ma pur sempre uomini)

Uomini di strada, ubriachi, barboni? No. Persone
dalle scelte diverse.
Con quattro stracci e non la giacca. Ma con cuore
e sangue e nervi pure loro. Loro.
Appoggiati a questo muricciolo giallastro
impastato di polvere e graffiti spettrali. Loro. Solo loro.
Colpa loro questi cocci di vetro con ancora attaccata
l’etichetta: era prosecco.
Bevuto d’un fiato. Trasecolando di fronte al disgusto
di qualche passante benpensante.
Era tardi. Doveva esser notte. Eppure qualche sguardo
di rabbia indecente su quei corpi
si deve essere appoggiato, con le unghie
fin dentro la carne. Carne secca, privata
di qualsiasi emozione: la strada è sotto il sole,
e il sole asciuga, prosciuga.

Ma loro non avranno certo reagito. Erano troppo fradici
di sogni spezzati e lavori perduti.
Avevano altro per la testa e dell’ipocrisia di pochi
hanno fatto scatoloni:
bruciati sull’altare del loro peregrinare:
quando non hai diritti, non ti chiedi dei doveri.
Erano distratti.
Chissà quali fantasmi avranno intravisto
nelle cartacce raggomitolate
gettate sotto le panchine del giardinetto pubblico?
Una loro ipotesi di felicità mancata:
rincorsa come un aquilone che va troppo veloce
fugace come un bacio dato in stazione.
Così non resta che una bottiglia, una bevuta,
per autorizzare il proprio essere diversi
identità anomale specchiate dal buio di una notte sconosciuta
che non fa sa più far drammi né inventare martiri.
Ti rimane solo una boccata di vinaccia dolciastra:
per immaginare un destino alternativo
e per qualche ora svolazzare là dove
non ti è permesso.

venerdì 25 giugno 2010

Compagno Pier Paolo

il 5 marzo 1922, all'alba del Ventennio, nasceva a Bologna Pierpaolo Pasolini. Uno studente come noi. Io voglio ricordarlo così.



Pierpaolo da via Borgonuovo.
Pure tu sei passato di qua.
Sotto questi portici.
Il portico della Morte, dove toccasti
con mano la passione mentre
nasceva ibrida in te l’ideologia.
La laurea con quel Calcaterra
che oggi è solo il nome di una
sala di lettura al trentadue. Dove vado.
Dove studio. Dove ti leggo. E dove conosco lei.

Anche tu amavi. Non una lei come
questa mia lei che viene da Monteverde.
Ma a modo tuo il tuo disperato cuore
batteva. E come solo le piume di certi
uccellacci spennati del cielo
svolazzavi tra queste pietre pesanti.

Pierpaolo oggi non ci sei più. Di te rimangono
solo i voti del tuo libretto pulito.
Letterario. Pascoliano. Poetico.
Di te resta una lapide marmorea.
E migliaia di tesi che ti omaggiano sull’altare
della cultura.

Di te rimangono pagine disperse chissà dove.

E a me studente di oggi
di te restano solo i versi
spaiati e brucianti di un’anima bella,
compagno di studi, compagno Pierpaolo.
Compagno illustre.

Alla mia lei di Monteverde dirò ti amo
con le tue parole.

giovedì 24 giugno 2010

Non più

Non più immaginata, non più desiderata.
Non più.
Idea sfasciata con dolcezza dal tempo che fugge
per un tremulo passaggio di realtà.
Non resta che la gioia strozzata del trombone
e un istante di più perché il tuono
dia seguito al lampo,
e cada la prima goccia di pioggia
e nel silenzio muto di un acerbo e afono
dispiacere
si racchiuda la fiamma su sé stessa.

Passerà anche l’acre filo di fumo,
che ancora segnala la traccia di un ricordo
avanzato, abbozzato, irrealizzato;
che ancora fa fremere
seppur a vuoto.

mercoledì 23 giugno 2010

Lavoratori e spettatori*

Di fronte al picchiettare meccanico
di un martello su di un chiodo
freddo e gelido
mi sono commosso:
e ho bruciato di vicino amore umano
per chi fa gocciolare il suo sudore
a terra, pur di far avere pane caldo
e tetto e vestiti a una famiglia.
Della tua fatica
l’ebbrezza e il quotidiano rito
ho avvertito intimamente quasi fosse
un ostia consacrata al divino
mestiere di vita, e di lavoro d’operai.

Eppure tu, che ogni domenica fremente
cerchi di riempire la tua futura tomba
di preghiere, di rosari e intercessioni,
perché t’inalberi? Perché offendi
e trasecoli bestemmiando con l’anima?
Quale carpentiere adori e implori
quando coi tuoi ginocchi avvalori la parola
che si fa carne e trasuda sangue?
Credi forse che un amen di più
potrà aprirti le porte di legno duro
del paradiso? Legno lavorato, scolpito,
inchiodato pure lui.

Allora ferma la tua ira per un ritardo
che nulla potrà cambiare alla tua esistenza:
lo spettacolo avrà ancora più sapore
se ne gusterai il mistero umano sul quale
è stato edificato.
Guarda e ammira la meraviglia del sacrificio
e della pazienza. Concedi alla tua anima
l’orante rispetto per chi permette alla tua
bocca di ridere, ai tuoi occhi di piangere,
alle tue mani di tremare.

Ascolta il martello che sbatte sui chiodi.
E non pensare che sia meno sacro
se anziché su polsi batte su travi e colonnati.




*
a seguito dell'incivile protesta andata in scena ieri sera al Comunale a seguito della proiezione di un documento video che mostrava i lavoratori del Teatro all'opera. Tra coloro i quali protestavano animatamente v'era anche gente "cosiddetta" di chiesa. e a loro ho voluto rivolgermi

lunedì 21 giugno 2010

La vita in rete, prima della rete

Erano i tempi in cui Pasolini scriveva
le sue pagine ribelli:
fuori dagli schemi proclamava la sua vita
dichiarandosi uomo vero immerso nel nulla:
dopo la sua, ogni vitalità fu disperata.

E oggi, che ci faresti, tu, compagno Pierpaolo,
con questa macchina
con queste pagine
con queste finestre
con questi tasti?
Dove navigheresti? Anzi: navigheresti o no?
Forse la troveresti troppo omologata:
un imbuto che decide cosa buttare giù, in pancia.
E ti sfama secondo la sua autoritaria volontà.

Le notizie, in fondo, sono un piacevole sonnifero.
Tutto il resto concilia il sonno con più finezza.
Ma è il sonno la meta non citata ma sempre voluta
e nascosta dietro lo specchio (pardon, lo schermo).

Chissà se scriveresti ancora
le tue pagine in qualche blog o su facebook.
Chissà se avresti mai fondato un tuo sito o un forum.
Chissà che avresti detto di tutti sti rottami in rete.

Ma quello era il tuo tempo: e non c’era spazio
per Internet. Era il tempo della carta e dell’inchiostro.
Dei ragazzi di vita agli angoli delle strade
e dei ragazzi incazzati lungo le strade.
Era il tuo tempo, Pierpaolo. E tutto ciò era solo un sogno.
Oggi, che sembra quasi un incubo,
mi chiedo solo se quella carta, quella fatica nervosa
per scrivere e abbozzare un pezzo, quella ignoranza faticosa
figlia di biblioteche e librerie, quella solitudine imparziale
di un viottolo la sera con dei ragazzi che giocano ,

non fossero meglio di questa disperata interconnessione.


Alla disperata ricerca di un ruolo attivo

Avere vent’anni nel ventunesimo secolo
non è roba per dilettanti.
Non puoi accendere una dannata macchina e navigare
ore per siti inutili, vuoti, ciechi:
se scegli di connetterti col mondo
devi anche fare il tuo ruolo, protagonista dei giorni
che ti è dato di vivere: oggi.
Scrivi. Pubblica, chatta, inventa, esordisci con tue
riflessioni autonome e non indotte da qualcuno
commenta, alza la voce, presentificati.
Assumere un ruolo di soggetto nella grammatica
senza verbi e senza senso, subordinata a ordini imposti,
della realtà raccontata secondo metodi opachi.
Sfonda il muro del silenzio: e alza il tuo canto.

Così quando cliccherai su “esci dalla pagina”
non solo ti sarai cibato di libertà
ma avrai sparso un po’ ovunque i germi del dubbio,
della critica, dell’alternativa pensante e interiore:
e avrai un ruolo, autonomo, non omologato,
dis-omologante, liberatorio: ispiratore.
E gli individui non più saranno legati e incatenati
a uno schermo per due canzonette o vedere lo spezzone di un film,
ma saranno entità attive
e partecipanti di un sistema più grande
tenuti insieme da idee e ideali (non ideologie!):
comunicanti e intimamente liberanti.

domenica 20 giugno 2010

Quando un uomo piange

Quando un uomo piange
Dio capisce d'aver sbagliato qualcosa,
lasciando cadere il seme
di un dolore lancinante
giù per i condotti del cuore:
scrivendo una condanna di lacrime
relegando il sorriso in cantina.

Quando un uomo piange
Dio spesso si commuove,
e come può
cerca di chiedere perdono.


Che la guerra è finita

Non cercare il nome Italia sulle copertine
patinate dei giornali stranieri.
Sono tutti di ieri.
Paese disgraziato, oltraggiato. Paese perduto
la sera, triturato dal malcostume.
Eppure tu non leggermi il coro dell’Adelchi e non cantarmi
le stantie note stonate dell’Aida, popolo esiliato.
Noi no. D’anima ribelle. Ma d’anima, non d’afflato
estinto è il nostro esistere.
E a voi del coretto pizza-mandolino-mafia lascio briciole.
Perché nel cumulo dei rifiuti troverai Mergellina risplendere.
Nel disastro disumano che ci avvolge troverai
sangue che pulsa, nervi scottanti, anime calde
innamorate comunque di quei tre colori, oggi sbiaditi.

Ma oggi pure io caro amico straniero piango con te
sulle rovine della serva Italia. Paesuncolo di provincia
a testa in giù, chinato a un avvenire senza nome.
Seme disperso in terra che non fa germogliare
nemmeno i fiori selvatici. (finisce solo nei fossi di scolo).
E dei granelli di questa terra ch’ho in pugno che rimane?
Rimane una montagna sempre più alta da scalare.
E l’ipotesi remota che un giorno
un italiano lassù sì!, ci possa arrivare. E gridare. Sì gridare
che il male è morto. Che la guerra è finita.
Che Peppino ce l’ha fatta. È tornato.
A darci una mano dal cielo.
A farci risorgere. E con lui Paolo, Giovanni, e tutti i nostri santi.
Trascurati. Ma pur sempre santi, lassù, da qualche parte.
E noi, quaggiù, in qualche modo.

sabato 19 giugno 2010

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Bene, si inizia

Bene, si inizia. Fuori piove, a dirotto. Sono appena tornato da una serata molto piacevole in compagnia degli amici di sempre. E' notte. E' il momento migliore per dare inizio a questa nuova avventura. Uno spazio, virtuale, dove vivere e condividere la mia poesia con tutti voi, con chiunque vorrà.
Poesia. E poetica: perché dietro ogni verso c'è un pensiero che lo sostiene. Non solo scriverò, ma scriverò anche perché-scrivo. Una finestra sempre aperta per un confronto, per un dibattito, per una discussione educata, corretta, sostanziale e non formale, rispettosa. Affinché anche dalla poesia, da un singolo verso, possa (perché no) passare qualche attimo di riflessione, speranza, possibilità, eventualità, ed infine (perché no) felicità.