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sabato 26 giugno 2010

Di strada (ma pur sempre uomini)

Uomini di strada, ubriachi, barboni? No. Persone
dalle scelte diverse.
Con quattro stracci e non la giacca. Ma con cuore
e sangue e nervi pure loro. Loro.
Appoggiati a questo muricciolo giallastro
impastato di polvere e graffiti spettrali. Loro. Solo loro.
Colpa loro questi cocci di vetro con ancora attaccata
l’etichetta: era prosecco.
Bevuto d’un fiato. Trasecolando di fronte al disgusto
di qualche passante benpensante.
Era tardi. Doveva esser notte. Eppure qualche sguardo
di rabbia indecente su quei corpi
si deve essere appoggiato, con le unghie
fin dentro la carne. Carne secca, privata
di qualsiasi emozione: la strada è sotto il sole,
e il sole asciuga, prosciuga.

Ma loro non avranno certo reagito. Erano troppo fradici
di sogni spezzati e lavori perduti.
Avevano altro per la testa e dell’ipocrisia di pochi
hanno fatto scatoloni:
bruciati sull’altare del loro peregrinare:
quando non hai diritti, non ti chiedi dei doveri.
Erano distratti.
Chissà quali fantasmi avranno intravisto
nelle cartacce raggomitolate
gettate sotto le panchine del giardinetto pubblico?
Una loro ipotesi di felicità mancata:
rincorsa come un aquilone che va troppo veloce
fugace come un bacio dato in stazione.
Così non resta che una bottiglia, una bevuta,
per autorizzare il proprio essere diversi
identità anomale specchiate dal buio di una notte sconosciuta
che non fa sa più far drammi né inventare martiri.
Ti rimane solo una boccata di vinaccia dolciastra:
per immaginare un destino alternativo
e per qualche ora svolazzare là dove
non ti è permesso.

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