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giovedì 22 luglio 2010

La telefonista (Laura)

Ti chiami Laura.
Avrai sui vent’anni. Non più di ventidue.
Sono ormai le otto di sera
e mi rispondi come fossero le dieci del mattino.
Da quant’è che lavori?
“pronto buonasera, nome, operatrice numero...
posso esserle utile...”
è la tua preghiera quotidiana al dio precario
interinale, sottopagato. È ormai la sola fede rimasta.

Il timbro delle tue parole mi fa pensare tu sia toscana,
parlata pulita, fresca. Probabilmente esercitata; allenata.
Non so come ma riesci anche a rispondere col sorriso
(anche se non ti vedo lo leggo nell’inflessione gentile
che assumi. Cortese. Non dovuta, ma amante
del lavoro che fai).
Turnista. L’auricolare è ormai parte integrante del tuo
orecchio. Batti sulla tastiera, meccanica,
meticolosa, didascalica. E in men che non si dica mi risolvi
il problema: posso continuare a telefonare liberamente,
la promozione è attiva!
Ecco la mia consolazione. Che affoga nella tua risposta,
millesima oggi. Di tu che entri nella vita di milioni di persone
di tu che con un tasto cambi tariffe,
di tu che con la tua voce libera e inaspettatamente viva
tenti di dare un senso all’angolo di plastica
nel quale ti hanno confinato per ottocento euro al mese.

sabato 17 luglio 2010

Poggio Renatico

Suonavano i rintocchi a Poggio Renatico
dall’alta torre dell’orologio della rocca Lambertina:
ogni quarto un suono.
Paese della bassa nel pieno dell’estate:
al caffè Centrale il barista è un uomo sobrio, figlio del lavoro,
e da dietro un bancone continua incessante il proprio mestiere;
fuori, sotto il portico, tavolini assiepati dagli anziani
che giocano a briscola, a tresette: e un re di spade è tutto
e niente, e la mano, e il mazzo, e i punti, e le bussate.
Che se si perde, il bicchiere a fianco saprà addolcire.
La casa del popolo, dietro gli alberi, appariva
denunciava muta e ferita il suo passato nero, oscuro, duro:
la torre con le luci e il terrazzino ora guardano lontano
e nessuna voce violenta, nessun odio, nessun rancore romano
esce più da quegli altoparlanti.
La chiesa del Paese riposa nella sua maestà immacolata
al centro della piazza, tra macchine parcheggiate e viali alberati
a dar refrigerio alle panchine semideserte
dove pensionati col bastone
famiglie a passeggio
coppiette demodé
e gatti momentaneamente senza padrone
trovano posto.
La rocca ferma, intonsa, storicamente ancora vivente
e trasudante ricordi, fasti, nobili virtù e glorie ormai sepolte
tace: dà solo l’ombra al parco giochi che la circonda.
Altalene cariche di bimbi e di sogni da lanciare in aria,
muretti sbisciolati con fontane terrose, secche, senza più acqua.
E un gruppo di amici si prende il fresco:
fa venire la notte. Si prende un gelato. Si chiacchiera.
Ci si prova a immaginare. Guardando le stelle, passando satelliti e aerei
e disegnando figure mitiche tra le costellazioni.
In attesa delle vacanze, in attesa dell’amore, del lavoro, dell’ultimo esame,
ripensando a una laurea che sa ancora di fresco, di quasi oggi.

Poi però si torna. Fiancheggiando villette col giardino curato,
i vasi con le rose a raggiera sopra il bordo del pozzo,
le siepi come ingresso e il pergolato seminascosto dietro un albero
dai rami ancora giovani e fragili.
Poi si torna a casa: con le voci degli amici che scandiscono il passo;
passando il cippo bianco, antica divisione famigliare,
refuso di un regresso inattingibile.
Eppure io non so che vi fosse, in quella iscrizione nell'atrio della rocca
così bene conservata, dove ho passato il mio dito
tra le lettere scavate nel muro, incise, scolpite.
Ma l’alfabeto di una Storia più grande di oggi mi ha sfiorato:
sentendomi immerso nella compagnia degli amici
annusando l'aria, e respirando profondamente
la percezione dell’attuale, del contesto, del rebus intricato in cui devo
trovare la mia collocazione temporale
si è fatta più tangibile, più concreta.

giovedì 15 luglio 2010

La donna ragno, la bionda, la laurea

E' strano d'estate, quasi in vacanza, in luglio, alzarsi alle 6.40 del mattino.
E' strano solo se dopo qualche ora non avrai una tesi da discutere.
Ho ancora nelle orecchie l'eco del musical di ieri sera,
del "Bacio della donna ragno". Teatro Comunale non pieno, anzi mezzo vuoto.
A parte lei. Una bellissima bionda giusto accanto a me,
che come tutte le divinità teatrali dopo il primo tempo è sparita, per poi
materializzarsi a fine spettacolo.
Qualche chiacchiera....qualche scambio di battuta, vedute...poco più
taciturna come le ninfe: ma dagli occhi oltre mare in grado di descrivere più parole loro
che un intero poema.
Biondo cenere, fine collana di perle, tailleur crema con nuance nocciola.
Un aroma di fiori di campo come profumo. Erba, rosa pestata, pesca.
Quattro o cinque bracciali. Tutti naturalmente firmati.
Tacchi alti, neri. Di classe, di gusto. Elegante come solo certe donne sanno esserlo.
Anche perché non tutte possono esserlo.

E mentre lo spettacolo c'era, andava, viveva.
La libertà, la rivoluzione, il cinema incanto continuo rullo compressore che vibrava
nella mente di un omosessuale che imparava il verbo amore. E l'altro, suo compagno,
carcerato come lui, che imparava che il mondo non si è fermato a Marx
e al materialismo dialettico. E infine, come in un film, come solo in un film,
dopo le torture, dopo le botte, dopo il sangue e il veleno,
si amavano. E uno donava all'altro la sua vita per un ideale: la libertà
e l'amore di una certa M... Così la donna ragno entrava in scena per l'ultima volta
e si lanciava in un tango sfrenato, erotico, passionale, sensuale...
e mentre il tango andava io pensavo alla bionda scomparsa: chissà dov'era....

Finiva lo spettacolo. Uscivo.
Mi ricordavo solo allora che oggi avrei dovuto discutere una tesi di laurea.
Sigaretta di fronte ai portoni di via Zamboni. Poi a casa. Poi a casa a veder di dormire.
E così è stato. E ora, col sole che ha bucato la finestra troppo presto
mi ritrovo già in piedi. Con vaghe sensazioni anomale a dettare tempi ancora più
anomali al mio cuore.

Uscirò. Mangerò. Andrò. Salirò. Discuterò....
poi si vedrà.
Guarderò se attorno a me vedrò ancora quella bionda di ieri sera:
e se così sarà
lancerò in aria la corona d'alloro, lascerò a terra la giacca e la cravatta
e in piazza Verdi la stringerò a me,
assaporando ancora la sua eleganza, il suo fascino,
la sua civetteria. E ci lanceremo in un tango sfrenato fin tanto che non torni sera

mercoledì 7 luglio 2010

Linee

Sei un ossimoro: impraticabile
contatto negato
e reciso dall’eventuale.
E il capacitarsi è amaro
malinconico mitigato appena.
Pensarti, scriverti, non saperti.

Essere solo un abbozzo
di un desiderio
stiracchiato. Richiamo a vuoto.
Orbita fuori di me.

Resteremo come due
linee parallele;
su un piano inclinato.

lunedì 5 luglio 2010

La pasticceria (d'estate)

La pasticceria la domenica mattina è un safari a cielo
chiuso: musica da mercato rionale tra cannoli e caffè.
Ci trovi il benestante tornato in periferia
occhiali-da-sole-nuovi sgargianti e camicia bianca aperta
sul petto: i soldi (lui!) li ha e ha pagato in anticipo: lui può.
La coppietta di buona famiglia paga tutto: non potrebbe mai
non elargire il suo onesto denaro: la gita domenicale è pronta,
ma prima il ritrovo in parrocchia per due strette di mano
e un canto gregoriano a tempo di lancette.

Seduti ai tavolini sotto il portico (relegati nel loro recinto)
la gente comune: cappuccino e pasta
strappo alla regola per darsi un tono di diversità, di privilegio (come loro):
in fondo è domenica: ricordati di santificare le feste;
continua la processione dietro la cassa: latte macchiato
ecco il suo macchiato freddo corto deca the spremuta
di chi è il succo? Prego. Acqua? Sì grazie. Prego avanti.

Dietro il bancone il corpo della cameriera ragazzina biondiccia
freme nel suo costumino-tubino giallo a fiori. Gonnellino nero per dovere formale.
(pensa già al pomeriggio: i lidi l'aspettano. ma anche la maturità....o forse no?)
curve strette costringono gli occhi di tutti a seguirla indaffarata
perdersi facendo la spola servendo.
Finché non viene sera...
Magari la sera verrà anche oggi. Verrà anche per i bimbi che si
rincorrono mentre i genitori cercano di capire dai giornali qualcosa,
(in realtà cercando solo di darsi un tono.
Niente di meno interessante che i quotidiani domenicali d'estate:
sport, sdrai e donne in costume).

La colazione è finita. E si torna: si torna ovunque. Ci si torna a disperdere
nel sereno caos domenicale. Il bello verrà per pranzo. E poi dopo.
Pranzi ben imbanditi, più o meno benedetti, tenteranno di strappare
al tempo il suo ruolo. Incombente. Un ritratto immortalato da una polaroid
che invecchia pure lei. Via. Si parte. Al mare. Al picnic.
O forse semplicemente in casa. Io. Ad aprire libri, vedere film, ascoltare musica,
vedersi con gli amici.
Senza aver preso altro che un caffè. Senza essersi mischiati
alla santa processione che un giorno dopo l'altro stinge le anime,
giorni dopo giorni sempre più identiche. Sempre più nulle.

venerdì 2 luglio 2010

Colpo nel ventre

Stracciato dal corpo
un piccolo sacco
di sangue e vita pulsante
che più vive e poco muore
di lì a poche ore;
una madre si lagna
uccisa dal dramma
lasciando all’inferno
un sogno svanito,
un feto mai nato
un bimbo sparito.

l.g.