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domenica 20 giugno 2010

Che la guerra è finita

Non cercare il nome Italia sulle copertine
patinate dei giornali stranieri.
Sono tutti di ieri.
Paese disgraziato, oltraggiato. Paese perduto
la sera, triturato dal malcostume.
Eppure tu non leggermi il coro dell’Adelchi e non cantarmi
le stantie note stonate dell’Aida, popolo esiliato.
Noi no. D’anima ribelle. Ma d’anima, non d’afflato
estinto è il nostro esistere.
E a voi del coretto pizza-mandolino-mafia lascio briciole.
Perché nel cumulo dei rifiuti troverai Mergellina risplendere.
Nel disastro disumano che ci avvolge troverai
sangue che pulsa, nervi scottanti, anime calde
innamorate comunque di quei tre colori, oggi sbiaditi.

Ma oggi pure io caro amico straniero piango con te
sulle rovine della serva Italia. Paesuncolo di provincia
a testa in giù, chinato a un avvenire senza nome.
Seme disperso in terra che non fa germogliare
nemmeno i fiori selvatici. (finisce solo nei fossi di scolo).
E dei granelli di questa terra ch’ho in pugno che rimane?
Rimane una montagna sempre più alta da scalare.
E l’ipotesi remota che un giorno
un italiano lassù sì!, ci possa arrivare. E gridare. Sì gridare
che il male è morto. Che la guerra è finita.
Che Peppino ce l’ha fatta. È tornato.
A darci una mano dal cielo.
A farci risorgere. E con lui Paolo, Giovanni, e tutti i nostri santi.
Trascurati. Ma pur sempre santi, lassù, da qualche parte.
E noi, quaggiù, in qualche modo.

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