Suonavano i rintocchi a Poggio Renatico
dall’alta torre dell’orologio della rocca Lambertina:
ogni quarto un suono.
Paese della bassa nel pieno dell’estate:
al caffè Centrale il barista è un uomo sobrio, figlio del lavoro,
e da dietro un bancone continua incessante il proprio mestiere;
fuori, sotto il portico, tavolini assiepati dagli anziani
che giocano a briscola, a tresette: e un re di spade è tutto
e niente, e la mano, e il mazzo, e i punti, e le bussate.
Che se si perde, il bicchiere a fianco saprà addolcire.
La casa del popolo, dietro gli alberi, appariva
denunciava muta e ferita il suo passato nero, oscuro, duro:
la torre con le luci e il terrazzino ora guardano lontano
e nessuna voce violenta, nessun odio, nessun rancore romano
esce più da quegli altoparlanti.
La chiesa del Paese riposa nella sua maestà immacolata
al centro della piazza, tra macchine parcheggiate e viali alberati
a dar refrigerio alle panchine semideserte
dove pensionati col bastone
famiglie a passeggio
coppiette demodé
e gatti momentaneamente senza padrone
trovano posto.
La rocca ferma, intonsa, storicamente ancora vivente
e trasudante ricordi, fasti, nobili virtù e glorie ormai sepolte
tace: dà solo l’ombra al parco giochi che la circonda.
Altalene cariche di bimbi e di sogni da lanciare in aria,
muretti sbisciolati con fontane terrose, secche, senza più acqua.
E un gruppo di amici si prende il fresco:
fa venire la notte. Si prende un gelato. Si chiacchiera.
Ci si prova a immaginare. Guardando le stelle, passando satelliti e aerei
e disegnando figure mitiche tra le costellazioni.
In attesa delle vacanze, in attesa dell’amore, del lavoro, dell’ultimo esame,
ripensando a una laurea che sa ancora di fresco, di quasi oggi.
Poi però si torna. Fiancheggiando villette col giardino curato,
i vasi con le rose a raggiera sopra il bordo del pozzo,
le siepi come ingresso e il pergolato seminascosto dietro un albero
dai rami ancora giovani e fragili.
Poi si torna a casa: con le voci degli amici che scandiscono il passo;
passando il cippo bianco, antica divisione famigliare,
refuso di un regresso inattingibile.
Eppure io non so che vi fosse, in quella iscrizione nell'atrio della rocca
così bene conservata, dove ho passato il mio dito
tra le lettere scavate nel muro, incise, scolpite.
Ma l’alfabeto di una Storia più grande di oggi mi ha sfiorato:
sentendomi immerso nella compagnia degli amici
annusando l'aria, e respirando profondamente
la percezione dell’attuale, del contesto, del rebus intricato in cui devo
trovare la mia collocazione temporale
si è fatta più tangibile, più concreta.
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