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mercoledì 30 giugno 2010

Mille e non più mille*

*si stima che ogni anno in Italia, siano mille i morti sul lavoro


Bianco
come il sudario
che ora ti copre
e ti cela il viso;
viso sfigurato
disumanamente distrutto
e rapito
allo sguardo dei cari.
Pendono
ai lati della lettiga
le tue mani
scure e lavorate,
con le unghie
rotte e insanguinate:
ultimo abbozzo
del tuo faticare,
sbullonando
e smanettando
instancabile
come un perfetto ingranaggio
di un’insensata macchina.
Nulla ormai servono
le lacrime
di compagni e colleghi:
morto ora
e morto per sempre.
Morto sul lavoro
titoleranno tutti i giornali,
funerali di Stato, forse,
ti daranno il congedo:
facce disfatte
dal dolore
e dal rimpianto
di un amico perso,
lavorando.

ANIMA MUNDI RACCOLTA IN UN CHICCO DI NEVE

Dimmi, anima del mondo
racchiusa nel ghiaccio
di un chicco di neve, dimmi
parole che vengano
da un cielo puro:
travalica l’ora chiusa
della notte. Travalica gli istanti
non quantificabili della vita quotidiana:
giornale, caffè, sigaretta e chiacchiera.
Lacera l’attuale.
Sventra il ramo fragile che così spesso
si flette senza motivo.

Nevicami addosso anima mundi:
nevicami fin tanto che il freddo
mi paia caldo,
fin tanto che il manto bianco sopra le mie
larghe spalle
non sia il tuo velo
ma il riverberarsi di una mia coscienza non qualunque.
Anima mia tenta di specchiarti.
E innamorati della folata di neve che ti avvolge.
E innamorati.
Come mai prima d’ora: fatti vivere;
lasciati vivere. Viviti.


Sì. Ci sveglieremo sotto la neve
come spighe indurite
dal freddo: maturate.

sabato 26 giugno 2010

Di strada (ma pur sempre uomini)

Uomini di strada, ubriachi, barboni? No. Persone
dalle scelte diverse.
Con quattro stracci e non la giacca. Ma con cuore
e sangue e nervi pure loro. Loro.
Appoggiati a questo muricciolo giallastro
impastato di polvere e graffiti spettrali. Loro. Solo loro.
Colpa loro questi cocci di vetro con ancora attaccata
l’etichetta: era prosecco.
Bevuto d’un fiato. Trasecolando di fronte al disgusto
di qualche passante benpensante.
Era tardi. Doveva esser notte. Eppure qualche sguardo
di rabbia indecente su quei corpi
si deve essere appoggiato, con le unghie
fin dentro la carne. Carne secca, privata
di qualsiasi emozione: la strada è sotto il sole,
e il sole asciuga, prosciuga.

Ma loro non avranno certo reagito. Erano troppo fradici
di sogni spezzati e lavori perduti.
Avevano altro per la testa e dell’ipocrisia di pochi
hanno fatto scatoloni:
bruciati sull’altare del loro peregrinare:
quando non hai diritti, non ti chiedi dei doveri.
Erano distratti.
Chissà quali fantasmi avranno intravisto
nelle cartacce raggomitolate
gettate sotto le panchine del giardinetto pubblico?
Una loro ipotesi di felicità mancata:
rincorsa come un aquilone che va troppo veloce
fugace come un bacio dato in stazione.
Così non resta che una bottiglia, una bevuta,
per autorizzare il proprio essere diversi
identità anomale specchiate dal buio di una notte sconosciuta
che non fa sa più far drammi né inventare martiri.
Ti rimane solo una boccata di vinaccia dolciastra:
per immaginare un destino alternativo
e per qualche ora svolazzare là dove
non ti è permesso.

venerdì 25 giugno 2010

Compagno Pier Paolo

il 5 marzo 1922, all'alba del Ventennio, nasceva a Bologna Pierpaolo Pasolini. Uno studente come noi. Io voglio ricordarlo così.



Pierpaolo da via Borgonuovo.
Pure tu sei passato di qua.
Sotto questi portici.
Il portico della Morte, dove toccasti
con mano la passione mentre
nasceva ibrida in te l’ideologia.
La laurea con quel Calcaterra
che oggi è solo il nome di una
sala di lettura al trentadue. Dove vado.
Dove studio. Dove ti leggo. E dove conosco lei.

Anche tu amavi. Non una lei come
questa mia lei che viene da Monteverde.
Ma a modo tuo il tuo disperato cuore
batteva. E come solo le piume di certi
uccellacci spennati del cielo
svolazzavi tra queste pietre pesanti.

Pierpaolo oggi non ci sei più. Di te rimangono
solo i voti del tuo libretto pulito.
Letterario. Pascoliano. Poetico.
Di te resta una lapide marmorea.
E migliaia di tesi che ti omaggiano sull’altare
della cultura.

Di te rimangono pagine disperse chissà dove.

E a me studente di oggi
di te restano solo i versi
spaiati e brucianti di un’anima bella,
compagno di studi, compagno Pierpaolo.
Compagno illustre.

Alla mia lei di Monteverde dirò ti amo
con le tue parole.

giovedì 24 giugno 2010

Non più

Non più immaginata, non più desiderata.
Non più.
Idea sfasciata con dolcezza dal tempo che fugge
per un tremulo passaggio di realtà.
Non resta che la gioia strozzata del trombone
e un istante di più perché il tuono
dia seguito al lampo,
e cada la prima goccia di pioggia
e nel silenzio muto di un acerbo e afono
dispiacere
si racchiuda la fiamma su sé stessa.

Passerà anche l’acre filo di fumo,
che ancora segnala la traccia di un ricordo
avanzato, abbozzato, irrealizzato;
che ancora fa fremere
seppur a vuoto.

mercoledì 23 giugno 2010

Lavoratori e spettatori*

Di fronte al picchiettare meccanico
di un martello su di un chiodo
freddo e gelido
mi sono commosso:
e ho bruciato di vicino amore umano
per chi fa gocciolare il suo sudore
a terra, pur di far avere pane caldo
e tetto e vestiti a una famiglia.
Della tua fatica
l’ebbrezza e il quotidiano rito
ho avvertito intimamente quasi fosse
un ostia consacrata al divino
mestiere di vita, e di lavoro d’operai.

Eppure tu, che ogni domenica fremente
cerchi di riempire la tua futura tomba
di preghiere, di rosari e intercessioni,
perché t’inalberi? Perché offendi
e trasecoli bestemmiando con l’anima?
Quale carpentiere adori e implori
quando coi tuoi ginocchi avvalori la parola
che si fa carne e trasuda sangue?
Credi forse che un amen di più
potrà aprirti le porte di legno duro
del paradiso? Legno lavorato, scolpito,
inchiodato pure lui.

Allora ferma la tua ira per un ritardo
che nulla potrà cambiare alla tua esistenza:
lo spettacolo avrà ancora più sapore
se ne gusterai il mistero umano sul quale
è stato edificato.
Guarda e ammira la meraviglia del sacrificio
e della pazienza. Concedi alla tua anima
l’orante rispetto per chi permette alla tua
bocca di ridere, ai tuoi occhi di piangere,
alle tue mani di tremare.

Ascolta il martello che sbatte sui chiodi.
E non pensare che sia meno sacro
se anziché su polsi batte su travi e colonnati.




*
a seguito dell'incivile protesta andata in scena ieri sera al Comunale a seguito della proiezione di un documento video che mostrava i lavoratori del Teatro all'opera. Tra coloro i quali protestavano animatamente v'era anche gente "cosiddetta" di chiesa. e a loro ho voluto rivolgermi

lunedì 21 giugno 2010

La vita in rete, prima della rete

Erano i tempi in cui Pasolini scriveva
le sue pagine ribelli:
fuori dagli schemi proclamava la sua vita
dichiarandosi uomo vero immerso nel nulla:
dopo la sua, ogni vitalità fu disperata.

E oggi, che ci faresti, tu, compagno Pierpaolo,
con questa macchina
con queste pagine
con queste finestre
con questi tasti?
Dove navigheresti? Anzi: navigheresti o no?
Forse la troveresti troppo omologata:
un imbuto che decide cosa buttare giù, in pancia.
E ti sfama secondo la sua autoritaria volontà.

Le notizie, in fondo, sono un piacevole sonnifero.
Tutto il resto concilia il sonno con più finezza.
Ma è il sonno la meta non citata ma sempre voluta
e nascosta dietro lo specchio (pardon, lo schermo).

Chissà se scriveresti ancora
le tue pagine in qualche blog o su facebook.
Chissà se avresti mai fondato un tuo sito o un forum.
Chissà che avresti detto di tutti sti rottami in rete.

Ma quello era il tuo tempo: e non c’era spazio
per Internet. Era il tempo della carta e dell’inchiostro.
Dei ragazzi di vita agli angoli delle strade
e dei ragazzi incazzati lungo le strade.
Era il tuo tempo, Pierpaolo. E tutto ciò era solo un sogno.
Oggi, che sembra quasi un incubo,
mi chiedo solo se quella carta, quella fatica nervosa
per scrivere e abbozzare un pezzo, quella ignoranza faticosa
figlia di biblioteche e librerie, quella solitudine imparziale
di un viottolo la sera con dei ragazzi che giocano ,

non fossero meglio di questa disperata interconnessione.


Alla disperata ricerca di un ruolo attivo

Avere vent’anni nel ventunesimo secolo
non è roba per dilettanti.
Non puoi accendere una dannata macchina e navigare
ore per siti inutili, vuoti, ciechi:
se scegli di connetterti col mondo
devi anche fare il tuo ruolo, protagonista dei giorni
che ti è dato di vivere: oggi.
Scrivi. Pubblica, chatta, inventa, esordisci con tue
riflessioni autonome e non indotte da qualcuno
commenta, alza la voce, presentificati.
Assumere un ruolo di soggetto nella grammatica
senza verbi e senza senso, subordinata a ordini imposti,
della realtà raccontata secondo metodi opachi.
Sfonda il muro del silenzio: e alza il tuo canto.

Così quando cliccherai su “esci dalla pagina”
non solo ti sarai cibato di libertà
ma avrai sparso un po’ ovunque i germi del dubbio,
della critica, dell’alternativa pensante e interiore:
e avrai un ruolo, autonomo, non omologato,
dis-omologante, liberatorio: ispiratore.
E gli individui non più saranno legati e incatenati
a uno schermo per due canzonette o vedere lo spezzone di un film,
ma saranno entità attive
e partecipanti di un sistema più grande
tenuti insieme da idee e ideali (non ideologie!):
comunicanti e intimamente liberanti.

domenica 20 giugno 2010

Quando un uomo piange

Quando un uomo piange
Dio capisce d'aver sbagliato qualcosa,
lasciando cadere il seme
di un dolore lancinante
giù per i condotti del cuore:
scrivendo una condanna di lacrime
relegando il sorriso in cantina.

Quando un uomo piange
Dio spesso si commuove,
e come può
cerca di chiedere perdono.


Che la guerra è finita

Non cercare il nome Italia sulle copertine
patinate dei giornali stranieri.
Sono tutti di ieri.
Paese disgraziato, oltraggiato. Paese perduto
la sera, triturato dal malcostume.
Eppure tu non leggermi il coro dell’Adelchi e non cantarmi
le stantie note stonate dell’Aida, popolo esiliato.
Noi no. D’anima ribelle. Ma d’anima, non d’afflato
estinto è il nostro esistere.
E a voi del coretto pizza-mandolino-mafia lascio briciole.
Perché nel cumulo dei rifiuti troverai Mergellina risplendere.
Nel disastro disumano che ci avvolge troverai
sangue che pulsa, nervi scottanti, anime calde
innamorate comunque di quei tre colori, oggi sbiaditi.

Ma oggi pure io caro amico straniero piango con te
sulle rovine della serva Italia. Paesuncolo di provincia
a testa in giù, chinato a un avvenire senza nome.
Seme disperso in terra che non fa germogliare
nemmeno i fiori selvatici. (finisce solo nei fossi di scolo).
E dei granelli di questa terra ch’ho in pugno che rimane?
Rimane una montagna sempre più alta da scalare.
E l’ipotesi remota che un giorno
un italiano lassù sì!, ci possa arrivare. E gridare. Sì gridare
che il male è morto. Che la guerra è finita.
Che Peppino ce l’ha fatta. È tornato.
A darci una mano dal cielo.
A farci risorgere. E con lui Paolo, Giovanni, e tutti i nostri santi.
Trascurati. Ma pur sempre santi, lassù, da qualche parte.
E noi, quaggiù, in qualche modo.

sabato 19 giugno 2010

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poesie di Luca Gamberini is licensed under a Creative Commons Attribuzione-Non opere derivate 2.5 Italia License.

Bene, si inizia

Bene, si inizia. Fuori piove, a dirotto. Sono appena tornato da una serata molto piacevole in compagnia degli amici di sempre. E' notte. E' il momento migliore per dare inizio a questa nuova avventura. Uno spazio, virtuale, dove vivere e condividere la mia poesia con tutti voi, con chiunque vorrà.
Poesia. E poetica: perché dietro ogni verso c'è un pensiero che lo sostiene. Non solo scriverò, ma scriverò anche perché-scrivo. Una finestra sempre aperta per un confronto, per un dibattito, per una discussione educata, corretta, sostanziale e non formale, rispettosa. Affinché anche dalla poesia, da un singolo verso, possa (perché no) passare qualche attimo di riflessione, speranza, possibilità, eventualità, ed infine (perché no) felicità.