Mi sei saltato addosso con tutta la forza
che avevi,
fremente come vento di marzo, giocoso
e festoso: mi riconoscevi.
Impazzivi di gioia. Ma tacevi.
La tua lingua umida era la tua parola:
come ai bambini si racconta il mondo in una favola;
un simbolo. Del tuo affetto. Diretto.
Immediato. Genuino e imprecisato.
Sdraiato a gambe all’aria
mille furbizie studiavi per guadagnarti
le mie carezze. E che fossi felice lo leggevo
con certezza nei tuoi occhi.
Mordicchiandomi una mano mi hai salutato.
Come piccoli chicchi di grandine sulle dita
mi hai detto a presto.
A presto. A presto.
Alla prossima volta che vorrai farti sentire amato
da chi per parlare tutti credono
sia costretto soltanto ad abbaiare.
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